Il fascino della vendemmia

Il fascino della vendemmia

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Il fascino della vendemmia

Il fascino della vendemmia

 

 

 

 

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Cosa si nasconde dietro un bicchiere di vino?

Un lavoro lungo e meticoloso, semplice solo all’apparenza.

La vendemmia è IL momento in cui si riprende contatto diretto con la Terra, con la Natura.

Questa ha un valore storico e antropologico notevole, che risale a tempi molto antichi e che si è tramandato di generazione in generazione per i suoi aspetti culturali e tradizionali. È un momento, si, di lavoro, ma anche di condivisione sociale e del territorio. È un vero e proprio RITO in cui donne e uomini si riuniscono e lavorano nelle vigne per poi festeggiare con un ricco banchetto finale.

La vendemmia è il momento in cui il contadino tira le somme della sua annata di lavoro e di fatiche (e non è mai completamente soddisfatto, è nella sua natura).

Uno dei momenti conviviali più belli è quello del pranzo. In passato, le donne arrivavano nei campi con cesti ricolmi di vivande che disponevano su una tovaglia, sul prato. Ed era felicità.

Oggi si sta via via perdendo la tradizione vera e propria a causa della mancanza di manodopera. Quindi, alcune fasi vengono svolte in maniera meccanica piuttosto che manuale. Tranne la raccolta, che si è mantenuta nel tempo. Infatti questa permette attraverso una selezione minuziosa, di scegliere i grappoli migliori.

La vendemmia era ed è un misto di fatica e soddisfazione. D’altronde, il vino ha rivestito da sempre un ruolo importante nella nostra cultura e non solo. I Romani erano eccellenti viticoltori e conoscevano gran parte delle tecniche impiegate nella moderna enologia.
Raccoglievano i grappoli d’uva ben maturi, con coltelli a forma di falce, e li portavano in cantina con ceste, scartando quelli immaturi ed alterati, che servivano per produrre il vino degli schiavi. Vino che, secondo Catone, veniva anche fatto aggiungendo acqua alle vinacce, pressate, e facendo fermentare il tutto. Della “lora”, ossia del “vinello” così ottenuto, agli schiavi spettava una razione di tre quarti di litro al giorno; in media era di 260 litri/anno. Oltre agli schiavi, anche i contadini e gli operai bevevano la “lora”.
La pigiatura, a quei tempi, era un rito bacchico, in cui uomini e donne pigiavano con i piedi i grappoli contenuti in tinozze o in vasche in muratura o in pietra (il “calcatorium”).

Anche in letteratura, vari poeti latini esaltano il vino nelle loro liriche. Orazio, in particolare, nei suoi Carmina definisce il dio Bacco come colui in grado di confortare l’uomo nei momenti tristi e difficili, un compagno unico e insostituibile.

 

 

L’importanza del 31 agosto.

L’importanza del 31 agosto.

Sapere che il mese di agosto ha 31 giorni ci fa stare bene. Perchè suggerisce un senso di infinito. E di indefinito. Come quando guardi il mare e cerchi a tutti i costi di trovare l’inizio e la fine di quella linea dritta e sicura che è l’orizzonte, ma non ci riesci. E dopo un pò ti arrendi.

Il 31 agosto è un giorno strano ma bello. È dicotomico. Da una parte ti rassicura e sembra dirti “siamo ancora in piena estate”. Settembre è lontano (comunque sul varco ad attenderci, con il suo carico di responsabilità e timori).

Quindi ti illude.

Dall’altra, porta con se un forte sentimento di malinconia (nota bene, non per forza negativa).

Ma noi non ci arrendiamo. E vogliamo vedere le spiagge piene di ombrelloni, di bambini che corrono da una parte all’altra con i loro secchielli pieni di sabbia ed acqua. Vogliamo vivere senza pensare. D’estate senti di toccare con mano la libertà, quel valore essenziale ed assoluto di cui tutti parlano, ma che si risolve il più delle volte in qualcosa di effimero, di inarrivabile, intoccabile. Invece d’estate la senti. Ed è in questo giorno così strano che è il 31 agosto che provi a guardarti indietro e già cerchi di fare un bilancio.

Ogni anno mi accorgo di voler bene a questo giorno.

Claudia

Un piccolo ormone contro la preeclampsia

Un piccolo ormone contro la preeclampsia

OggiScienza

La preeclampsia è una malattia tipica della gravidanza, subdola e grave. I risultati ottenuti nei topi sulla molecola ELA potrebbero aprire a nuovi sviluppi terapeutici. Crediti immagine: Pilirodriguez

GRAVIDANZA E DINTORNI – La preeclampsia è una malattia grave e per molti versi ancora sconosciuta. Colpisce solo le donne in gravidanza, è subdola – in genere i sintomi tipici, cioè ipertensione e perdita eccessiva di proteine nelle urine, non si avvertono – ed è potenzialmente pericolosa per mamma e feto, che rischiano anche la morte. Le cause precise non sono ancora note, né abbiamo terapie: se la preeclampsia colpisce – accade nel 5-8% delle gravidanze – l’unico modo per fermarla è far nascere il bambino, sperando che non sia troppo presto. Ecco perché destano interesse i risultati di uno studio pubblicato su Science, risultati che fanno luce sul possibile ruolo di una piccola proteina nella prevenzione e nella cura…

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CONOSCI TE STESSO.

CONOSCI TE STESSO.

Un detto di uso comune recita: “Cambia te stesso per cambiare il mondo”. Ma qual è il suo vero significato? Che cos’è il cambiamento? Ma soprattutto, come si realizza?

Il cambiamento è una trasformazione. È una presa di coscienza di qualcuno o qualcosa che non gira più nel verso giusto. È ribaltare te stesso e le tue certezze quando meno te lo aspetti. È dimostrare coraggio.

È come un moto centrifugo. Dal centro, verso l’esterno. Dall’individuo, verso il mondo.

Dunque, eccovi qui elencate sette complicate mosse (perché non sono semplici, al contrario di quello che vorrebbero farvi credere…) per almeno “provare” a cambiare se stessi:

1: Guardati dentro. Ovvero, CONOSCI TE STESSO.

Questa è una “massima” che albeggiava sul pronao del tempio di Apollo a Delfi. Conosci i tuoi limiti, sii consapevole della persona che sei e di quella che vorresti essere davvero. Parti da qui.

2: Sii pronto a cambiare punto di vista. A guardare la realtà non come un panorama statico, ma come un paesaggio in continua evoluzione. Come un vulcano che, da un momento all’altro, può eruttare. A confrontarti, ad ampliare la tua visuale e a capire che a volte non esiste un’unica verità, ovvero quella in cui si crede fermamente. Solo così potrai comprendere e accettare ciò che è diverso da te ma che, esattamente come te, è una realtà. Esiste.

3: Segui le ragioni del cuore. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Abbandona la razionalità per un momento, fidati dell’istinto, delle pulsazioni. Anche in caso di sconfitta, non avrai rimorsi o sensi di colpa.

4: Ama te stesso. Accettando i tuoi pregi e difetti potrai amare e capire il prossimo. I tuoi difetti non sono crepe da nascondere, ma fessure piene di luce da mostrare con orgoglio.

5: Sii critico nei tuoi confronti e verso ciò che vedi. Non accettare storie così come ti vengono propinate.  Mostra il tuo carattere, le tue idee in maniera pacifica. Questo ti spronerà e non potrà che migliorarti.

6: Non gettare la spugna di fronte alle mille peripezie. Mettiti in discussione. Il mondo è come un girotondo. C’è il momento di stare in piedi e gioire e quello di cadere, di lacerarsi per rialzarsi più combattenti e decisi di prima.

7: Sbaglia. Sbaglia, vivi, avvicinati al fuoco e torna poi nella tua oasi di certezze.

E se il mondo non cambia, insomma, la vera rivoluzione sarà aver cambiato te stesso.

Claudia

A chi non teme il dubbio.

A chi non teme il dubbio.

“Quando si scrive delle donne bisogna intingere la penna nell’arcobaleno e asciugare la pagina con la polvere delle ali delle farfalle”, scriveva Denis Diderot nel 1700 circa. Millesettecento.

La riflessione che sto per fare nasce da una lettura che desideravo da tanto tempo ma che puntualmente rimandavo. Non trovavo mai il momento adatto per dedicarmi completamente ad essa oppure, semplicemente, non avevo lo stato d’animo giusto. È questo alla fine che fa la differenza.

Il libro di cui parlo è Lettera a un bambino mai nato, di Oriana Fallaci.  Una scrittura tersa, essenziale, a volte “cruda” ma mai priva di sentimento, di passione, con cui la Fallaci descrive la condizione di una donna qualunque del suo tempo, a cui per scelta non attribuisce un nome, un’età, un’identità insomma, per permettere a chiunque di identificarvisi. Dicevo, una donna qualunque che aspetta un bambino e che guarda alla maternità non come un dovere o un fatto biologico, ma come un diritto ed una scelta personale e responsabile. La donna interroga costantemente, in modo assiduo e petulante, la propria coscienza: “Basta volere un figlio per costringerlo alla vita? Ed è giusto sacrificare una vita già fatta a una vita che ancora non è?”. Ora, scritta così potrebbe risultare quasi blasfema. Ma leggendo attentamente, si può capire che dietro i suoi mille dubbi e dilemmi non c’è nient’altro che l’insicurezza di una donna che ha sofferto troppo e che d’istinto vorrebbe evitare altri dolori al bambino che sta per mettere al mondo. Non è egoismo, è amore.

Siamo tutti d’accordo che non c’è vita senza dolore? Direi di si. Il pianto è il primo atto. Non si scappa. La donna considera il dolore l’unica certezza, il “sale della vita”, ma interroga più volte il lettore su cosa sia l’amore; io una risposta me la sono data, forse. E dico che l’amore sta nel sentimento di protezione verso quel “qualcosa che ancora non è”, verso quella potenzialità di vita. Nulla di più. Niente di tutte quelle parole con cui si riempiono la bocca i soliti filosofi di strada.

Tralasciando i vari dibattiti che ha sollevato il libro e le diverse opinioni di fisici, biologi, medici, antropologi riguardo il momento in cui un bambino, nel corso della gestazione, possa esser considerato tale e non solo come “un mucchio di cellule” (espressione che, tra l’altro, mi ha sempre fatto rabbrividire) e tralasciando infine il tema dell’aborto, in questo breve spazio vorrei dedicarmi ad un altro aspetto che viene particolarmente messo in luce nel libro. Doveva stare particolarmente a cuore alla Fallaci. Sto parlando della condizione d’esser donna. La protagonista del libro è una donna forte, l’ho percepito subito, ma al tempo stesso, come tutte le donne in fondo, particolarmente fragile. Come un oggetto di cristallo in una campagna infinita. La possibilità di urtarlo, di urtare la sua sensibilità è quasi assoluta. La donna parlando con il bambino si raccomanda più volte con lui e spera, in un primo momento, di mettere al mondo un maschietto. Si eviterebbe così tante sofferenze.

“Se nascerai uomo, ad esempio, non dovrai temere d’essere violentato nel buio di una strada. Non dovrai servirti di un bel viso per essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. Non subirai giudizi malvagi quando dormirai con chi ti piace”.

Ed è vero. Non trovo altre parole per descrivere la tremenda veridicità di quest’affermazione. Credo che OGNUNA di noi ogni giorno provi almeno una delle sensazioni descritte qui sopra e se ne rammarica. Io almeno me ne rammarico.

Dei nostri tempi, odio il fatto che non si riesca mai a guardare ciò che ci circonda come una sfera, con una sua tridimensionalità, con le sue sfumature. È tutto troppo piatto. O bianco o nero. O donna o uomo. O forte o debole. Alla donna non è concessa alcun tipo di mancanza. Se va a letto con più uomini, è una puttana. Ma non mi risulta che esista il contrario di ciò che ho appena detto per il sesso maschile. Se un uomo va a letto con più donne, al massimo, è “figo”, o almeno così dicono.

È un mondo un pò pensato al maschile, non neghiamolo. Se dico “uomo” in modo generico, oggi, intendo sia l’uomo sia la donna. Da qui l’espressione essere umano..per esempio.

Essere donna richiede una gran fatica, un grande coraggio. Essere donna è una sfida che richiede tanto impegno, ma non annoia mai. È per questo che nel bel mezzo del racconto, la protagonista del libro cambia idea e non si dispiacerebbe affatto se mettesse al mondo una bambina.

“Il cuore e il cervello, non hanno sesso. Nemmeno il comportamento. Se sarai una persona di cuore e di cervello, ricordalo, io non starò certo tra quelli che ti ingiungeranno, di comportarti in un modo o nell’altro in quanto maschio o femmina”.

Claudia

 

L’oltreuomo che non c’è.

L’oltreuomo che non c’è.

“Ho sognato che mi stavo perdendo…”

Mai parole più vere.

Parole che risuonano forti e decise, come un eco in una valle a cielo aperto.

“..ma nessuno riusciva a sentire

perchè non importava a nessun altro. […]

Sono forte in superficie

non lo sono dentro di me.

Lascia fuori tutto il resto

dimenticando

tutto il dolore dentro

che hai imparato a nascondere così bene”.

Sono solo alcuni dei versi di Leave out all the rest, uno dei brani più celebri dei Linkin Park e una delle canzoni a cui sono più affezionata e che hanno segnato una parte della mia adolescenza. Ricordo ancora quando mi divertivo a suonare questo brano con la batteria e poco prima del ritornello perdevo sempre il ritmo.

Ricordi a parte.

Io non so esattamente cosa abbia spinto Chester Bennington a chiudere tutto con se stesso, con la propria famiglia, con la propria musica. Sono però consapevole del fatto che viviamo in un mondo malato, frenetico, dolorante in cui cadere è troppo facile e rialzarsi, a volte, troppo difficile.

Stare al mondo, oggi, è davvero faticoso. È un vortice di egoismo, poca accuratezza e velocità senza fine, senza ritorno.

Tra le cose che ritengo più stimolanti c’è quella di osservare i volti delle persone e capire, o almeno provare ad immaginare, cosa si nasconde dietro un sorriso spontaneo o forzato che sia, una ruga su un volto troppo giovane, un paio di occhi che ti osservano impauriti. Il desiderio di conoscere. Ed il rifiuto di comportarci come vorrebbero gli altri, come robot. Noi non siamo macchine. O “supereroi”, nell’accezione che viene utilizzata dai più, oggi, per intendere un essere umano dotato di particolari capacità organizzative, che eccelle in tutto. Non è questo a cui dovremmo aspirare ma è proprio questo che spesso ci porta a sbagliare.

È il superuomo (l’oltreuomo o in tedesco Übermensch) quello a cui tutti dovremmo tendere, come una corda che sta lì lì per spezzarsi ma resiste. Come il giunco, che si piega ma non si spezza. E ancora una volta mi appello alla filosofia, questa volta di Nietzsche. L’uomo che tende ad un fine, a liberarsi dalle ipocrisie, dai falsi valori etici e sociali per affidarsi totalmente all’impulso, allo “spirito dionisiaco”.

Una verità, ma superdifficile (per rimanere in tema..) da applicare.

Con un filo di amarezza, non mi resta che suggerirvi l’ascolto di questo brano.

Claudia